#M5S Istituti Italiani di Cultura all’estero: Il miraggio della meritocrazia




Gli effetti della spending review cominciano a farsi sentire e vanno a colpire, secondo le priorità definite da chi governa il Paese, l’istruzione e la cultura. Tra queste sono sicuramente degne di nota le chiusura di alcuni Istituti Italiani di Cultura (IIC) che, per colpa della crisi e di anni di mancata programmazione, rischiano di vanificare il ruolo e rendere flebile la presenza culturale italiana nel mondo. Noi del Movimento Cinque Stelle con una interrogazione a mia prima firma abbiamo chiesto al Ministro degli Affari Esteri Mogherini se stia esercitando la sua funzione di controllo sull'operato dell'Ispettorato del suo Ministero degli Affari Esteri e dei direttori degli istituti Italiani di Cultura (IIC). Inoltre, abbiamo presentato un'interpellanza urgente, sempre a mia prima firma.
La cultura è un elemento essenziale dell’identità italiana nel mondo e rappresenta un patrimonio materiale e immateriale cui attingere per affrontare le sfide della contemporaneità. Dal momento che tali istituti rappresentano la cultura italiana nel mondo, è auspicabile che non promuovano all'estero le situazioni per cui il nostro paese è tristemente noto: nepotismo e scarsa meritocrazia, mancanza di trasparenza nella gestione del denaro pubblico con conseguente spreco dello stesso.

Gli IIC sono uffici all'estero del Ministero degli affari esteri aventi come fine istituzionale la promozione della cultura e della lingua italiana all'estero. La promozione culturale occupa quindi un ruolo fondamentale nella politica estera del nostro Paese e costituisce uno dei principali strumenti di proiezione esterna. Tuttavia, come riportato su alcuni quotidiani online, le procedure di nomina di personale esterno effettuate negli ultimi tre anni non hanno avuto alcuna caratteristica di trasparenza e hanno messo capo a nomine di parenti stretti di altissimi funzionari della Farnesina, oppure di persone prive dei requisiti richiesti di prestigio culturali.

Invece di tagliare i fondi per gli IIC o addirittura chiuderli ritengo si debbano ottimizzare le risorse disponibili e scegliere le eccellenze del nostro Paese, mettendo le persone giuste al posto giusto. Con l’interrogazione ho altresì invitato il Ministro ad utilizzare pienamente il personale più qualificato interno all'amministrazione nel settore della promozione culturale, procurando così fra l'altro risparmio sui costi degli IIC e normalizzandone la gestione con personale di ruolo formato allo scopo. E’ necessario prevedere una valutazione dell’operato del direttore e del personale per monitorare le performance di questi dipendenti pagati con i soldi dei cittadini. I nostri Istituti di Cultura all'estero devono adempiere al compito di diffondere la nostra cultura ed essere centri di aggregazione e di aiuto anche per i connazionali che si trovano in altri paesi.
Occorre che negli Istituti Italiani di Cultura la politica faccia un passo indietro. Devono finire le intrusioni dei partiti e del governo nella gestione degli Istituti. In particolare occorre abolire la figura dei chiara fama e degli esperti di nomina politica (sono 20!). Abbiamo visto esempi non edificanti della parentopoli che ha imperversato anche alla Farnesina. Direttori di istituto che hanno danneggiato l'immagine del nostro paese (come una direttrice a Mosca dichiarata persona non grata dalle autorità russe; il tecnico telecom nominato a Madrid perché compagno di banco del sottosegretario, e poi i casi ultimi di Bruxelles, New York, ancora Madrid, tutte nomine di perfetti sconosciuti, altro che chiara fama, senza concorso pubblico, senza alcuna procedura trasparente.

La legge 401/90 è una buona legge per molti aspetti ma occorre rivedere alcuni aspetti che sono figli della vecchia partitocrazia. La nostra proposta ha come modello gli Istituti di cultura degli altri paesi partner europei: il British Council, Il Goethe-Institut, il Cervantes, tutti organismi che sono a distanza di sicurezza dalla politica, godono di autonomia e non dipendono direttamente da alcun Ministero.

Per l'Italia il modello giusto potrebbe essere una agenzia autonoma, fuori quindi dal perimetro degli Esteri ma con un proprio board responsabile ed autonomo nella scelta delle figure professionali e delle politiche culturali, ma sottoposto al controllo amministrativo della Presidenza del Consiglio. In altre parole, un modello dove finalmente vengano applicate procedure di trasparenza e meritocrazia. I 90 Istituti italiani che ora diventeranno 82 in seguito ai tagli, possono benissimo funzionare con le risorse generate dalle loro stesse attività e con contributi molto limitati. Se si eliminassero tutte le fonti di spesa inutili e i doppioni (si pensi agli enti promozionali regionali e locali), e si desse piena possibilità di azione agli Istituti, gli introiti aumenterebbero in molte parti del mondo, perché la domanda di lingua e cultura italiana è in crescita nelle economie emergenti in Asia e America Latina. Insomma c'è molto spazio per la promozione dell'Italia all'estero. Non lasciamolo solo a chi ne trae profitto come i pur bravi mercanti del made in Italy. La cultura non è merce come tutte le altre, sul piano internazionale è uno strumento di apertura disponibile a tutti, il più forte antidoto al conflitto, la miglior cura ad ogni integralismo. Anche i rapporti internazionali sono diventati campo della politica tra i cittadini o come si dice ora “people to people” o “peer to peer”. Le relazioni internazionali viaggiano sempre di più sulle gambe dei cittadini e sempre meno con le carrozze dei diplomatici, e la cultura è proprio al centro di questi nuovi sviluppi.

Nel mondo della promozione culturale c'è posto per tutti ma soprattutto per l'iniziativa pubblica a sostegno dell'Italia all'estero.

Qualche giorno fa sono stato intervistato da Radio Colonia (una emittente radiofonica tedesca) sulla questione. Ecco l'intervista: http://www.funkhauseuropa.de/sendungen/radio_colonia/italmondo/iikultur100.html

Per Approfondimenti alcuni articoli de "Il Fatto Quotidiano": 

#M5S In Serbia elezioni regolari. Ma la campagna elettorale?

Durante le elezioni del 16 marzo monitorate dall’OSCE con una delegazione della quale ho fatto parte, la Serbia (come ampiamente pronosticato) ha premiato il partito conservatore filoeuropeista SNS (Srpska Napredna Stranka - Partito Progressista Serbo) guidato da Aleksandar Vučić con il 48,44% dei voti. Già vicepremier e ministro della difesa, Vučić ha centrato un vero e proprio plebiscito con, al secondo posto staccatissimo, il Partito socialista col 14,05%.



In un Parlamento monocamerale formato da 250 seggi ed un sistema elettorale proporzionale, con liste bloccate e soglia del 5%, il dato politico è che si tratta di un risultato senza precedenti come percentuale di consensi e che il neo premier era stato ministro dell’informazione sotto Milosevic (secondo molti controllerebbe anche molti dei media nazionali, come sottolineano le opposizioni).




Queste elezioni erano già annunciate come l’investitura a premier di Aleksandar Vučić il quale, sin dalle elezioni del 2012 e la nomina a “primo vicepresidente del governo”, non ha lavorato ad altro che alla costruzione della propria immagine per una futura successione di governo. Al contrario di un Renzi qualunque però, Vučić ha cercato l’investitura popolare tramite le urne, perché sapeva di non avere molta concorrenza.

La Serbia, una nazione giovane, fresca di indipendenza (2006); ma negli occhi e nelle cicatrici di Marko, il presidente del seggio, si legge quello che le parole non dicono. Le espressioni dei Serbi sono come i palazzi di Belgrado bombardati dalla NATO negli anni novanta. Mi è capitato spostandomi per Belgrado di seggio in seggio, di imbattermi in questi edifici bombardati, ancora lì, come se il tempo si fosse fermato. Ferite aperte, proprio li di fianco al grattacielo brillante che si erge nella skyline della Capitale, ormai “Mitteleuropea”. È evidente lo sforzo di questo Paese nello scrollarsi di dosso le macerie del comunismo di Tito, di Slobodan Milošević e gli scheletri delle recenti guerre, in una precipitosa rincorsa al sogno dell'Unione Europea.

"Questa è una scuola storica" mi dice Marko guardandomi negli occhi. "Il presidente Aleksandar Vučić, da giovane frequentava questa scuola; nel nostro quartiere ne siamo orgogliosi". Vučić è il Vicepremier uscente e Ministro della difesa; riconfermato da queste elezioni, leader del partito filoeuropeista SNS progressista nel nome, ma di fatto di tradizione conservatrice. "Qui non esiste più la distinzione tra destra e sinistra" mi racconta Vladanka, l'interprete che ci accompagna in giro per i seggi. "Lo scorso governo era formato e sostenuto da un’alleanza tra i principali partiti conservatori e socialisti; con tutta probabilità sarà così anche nel prossimo".


La vera competizione in questa tornata elettorale è in realtà per il secondo posto; si da per scontata la vittoria del partito di Vučić. Scontata è anche la finalità di tutti i principali partiti: l'avanzamento più rapido possibile verso l'UE.

L’Europa sembra essere la priorità della Serbia. Ma essa non può risolvere tutti i nodi, così come non l’ha fatto per la Romania, la Bulgaria, l’Ungheria e da ultimo la Croazia, tutti paesi confinanti con Belgrado e con problematiche interne che vanno ben oltre le possibilità dell’Unione Europea.
Mentre assistiamo alle operazioni di conteggio delle schede elettorali Miroslav, l’autista mi sussurra: "È assurdo come UE e USA, utilizzino due pesi e due misure per quello che sta accadendo in Crimea e per quello che è accaduto in Kosovo. Se permettono loro di rendersi indipendenti, domani altre decine di regioni in tutta la zona euroasiatica chiederanno di farlo: la Catalogna, la Scozia ed anche la vostra Padania." Anche lui sostiene che dietro la contesa del caso Ucraino ci sono i soli interessi, il gas, il petrolio e le basi militari presenti sul territorio: "la base militare russa in Crimea è l'unico sbocco sul Mar Nero per la Russia e Putin farà di tutto per non cederlo ad Obama."


In definitiva, devo dire che le operazioni di voto si sono svolte con molta tranquillità. Nel briefing finale prima del ritorno in Italia, noi osservatori OSCE ci siamo detti soddisfatti della regolarità di questa tornata elettorale, tutte le linee guida per le elezioni sono state rispettate nella stragrande maggioranza dei seggi censiti. Unica singolarità, le cabine elettorali sono diverse da quelle italiane. Da noi vengono utilizzate cabine enormi in cui è preservata al massimo la privacy ma si favorisce la pratica del voto di scambio (vedi foto alle schede elettorali). Invece in Serbia viene semplicemente appoggiato un divisorio in cartone su un tavolo, che non garantisce al massimo la segretezza del voto.



Resta un dato di fatto: la mancanza di trasparenza nella gestione e nella proprietà dei Media. L'OSCE a tal proposito ha realizzato un report analitico dove critica ampiamente le diseguaglianze di trattamento tra i vari partiti politici, evidenziando il chiaro favoritismo riservato al partito del Premier. Immaginate di assistere ad una televendita continua sbilanciata maggiormente su un solo prodotto, sempre lo stesso: alla fine quale prodotto comprereste? Non so a voi, ma a me questa situazione ricorda un po' quello che avviene in Italia.

Per approfondimenti: http://www.osce.org/odihr/elections/serbia/116460


Il resoconto sul monitoraggio elettorale durante le elezioni in Serbia e sulla situazione in Crimea

https://www.youtube.com/watch?v=TqrIyW4asP4#t=49

#M5S L'Italia in ritardo sulla tutela dei Diritti Umani

Lo scorso 12 marzo mi sono recato a Ginevra con la delegazione del Comitato Diritti Umani della Camera di cui sono vice-presidente per incontrare esponenti dell'Alto commissariato per i diritti umani dell'ONU. Una importante occasione per discutere sia degli impegni a cui l'Italia deve adempiere sia della situazione dei diritti umani nel nostro paese, dall'immigrazione (problema da risolvere in chiave EU) alla tutela dell'identita di genere.

 Sala congressi ONU di Ginevra


nella Sala congressi ONU di Ginevra con il Presidente del Comitato Diritti Umani Marazziti


Ginevra è chiamata "Città della Pace". Spesso è stata sede di negoziati internazionali e attualmente ospita le sedi delle Nazioni Unite (e prima ancora della Società delle Nazioni), della Croce Rossa Internazionale, dell'Alto Commissariato per i Rifugiati e quello per i Diritti dell'Uomo, che rappresentano le più importanti ma non le uniche organizzazioni presenti.

Giunto a Ginevra mi sono tornate in mente le immagini di queste organizzazioni internazionali sui miei libri di scuola di storia ed educazione civica. Si, perchè i nomi e gli edifici di queste organizzazioni mi riportano alle mente i momenti nevralgici della storia del 900, studiati sui banchi di scuola. E' qui che sono state firmate la Convenzione sui diritti dell'infanzia (1924), le convenzioni di Ginevra (1949) che costituiscono ai giorni nostri uno strumento fondamentale del diritto internazionale umanitario, la convenzione del 1951 sullo statuto dei rifugiati e l'accordo di Ginevra che mise fine alla Guerra d'Indocina e tentò di risolvere il conflitto israelo-palestinese. Ai giorni nostri, inoltre, è da qui che si tengono sotto controllo gli sviluppi della situazione ucraina e siriana.

Nello storico palazzo delle Nazioni Unite abbiamo  tenuto una fitta agenda di incontri con esponenti ONU:
- Il Relatore Speciale sulla Libertà Religione, Heiner Bielefeldt
- Il Segretario Generale aggiunto Unione Interparlamentare, Martin Chungong
- Il Presidente CDU Ambasciatore Baudelaire Ndong Ella
- Il Vice Alto Commissario Diritti Umani, Flavia Pansieri
- Il Capo Delegazione UE, Ambasciatore Mariangela Zappia

Il tema di discussione principale è stato il mancato recepimento dell'Italia della risoluzione 48/134 del 1993 che impegna gli Stati ad istituire organismi nazionali, autorevoli ed indipendenti, per la promozione e la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali. La risoluzione detta una serie di criteri che gli organismi nazionali per la tutela dei diritti umani sono tenuti soddisfare, i cosi detti Princìpi di Parigi, indipendenza ed autonomia (operativa e finanziaria) dal Governo, pluralismo, ampio mandato basato sugli standard universali sui diritti umani, adeguato potere di indagine ed adeguate risorse.

Un annoso problema per l'Italia quello del recepimento di direttive internazionali che spesso ci porta a pagare sanzioni a causa della lentezza della classe politica nel fare il proprio lavoro. È assurdo che l'Italia su un tema come la tutela dei diritti umani abbia un ritardo ventennale.
Purtroppo, nel dibattito politico italiano viene dedicato poco spazio alla tutela dei diritti umani, perché la classe dirigente sente la questione lontana anni luce dal proprio vivere quotidiano. Invece è proprio da questi aspetti che si misura la civilta di un Popolo e di una Nazione.
Tra il 27 ottobre e il 7 novembre 2014, per la seconda volta, l'Italia sarà sottoposta all’Universal Periodic Review (UPR - Processo di Revisione Universale http://www.upr-info.org/-Italy-.html ) da parte delle Nazioni Unite, una procedura di monitoraggio dei diritti umani, istituita nel 2008, che ha per obiettivo la valutazione periodica (ogni 4 anni) dei progressi compiuti da ciascuno dei 192 Paesi delle Nazioni Unite, indipendentemente dalla ratifica dei trattati internazionali e anche in base agli impegni assunti a livello politico (voluntary pledges).
Dopo il primo processo di revisione a cui si è sottoposta l'Italia nel 2010, le Nazioni Unite hanno formulato alcune raccomandazioni, tra le quali figurano quelle volte a chiedere l’istituzione di una Commissione nazionale indipendente per la promozione e la protezione dei diritti umani in attuazione della risoluzione 48/134 del 1993. Questa commissione non esiste ancora, nonostante siano passati 4 anni e si siano avvicendati 4 governi.

con l'Ambasciatore Italiano e con il Presidente Marazziti

Inoltre, abbiamo proposto di creare una rete di relazioni tra tutte le Commissioni per i Diritti Umani dei vari parlamenti appartenenti ai vari stati europei al fine di condivedere le buone pratiche e trovare insieme soluzioni comuni ai problemi più annosi.
Tra i principali, quello dei flussi migratori che colpisce il nostro Paese ogni volta che nei paesi africani o mediorientali si accendono scintille e focolai di guerre o rivolte. Questo richiede uno sforzo comune di tutti i paesi, l'Italia non può più essere lasciata sola a risolvere queste emergenze. La nostra proposta è di creare consolati EU sulle sponde meridionali ed orientali del Mediterraneo in modo da risparmiare ai richiedenti asilo l'attraversamento del mare con mezzi di fortuna, ma dar loro la possibilità di richiedere asilo direttamente dai paesi di provenienza e di partire per lo stato europeo disposto ad ospitarli solo dopo aver ottenuto il visto, magari in modo dignitoso con aereo o un traghetto, evitando cosi di mettere a rischio la vita di migliaia di uomini, donne e bambini, permettendo ingenti risparmi alle casse italiane che non saranno le sole a dover contribuire alla risoluzione del problema.
“Se non ti mobiliti per difendere i diritti di qualcuno che in quel momento ne è privato, quando poi intaccheranno i tuoi, nessuno si muoverà per te. E ti ritroverai solo.” Sean Penn in Harvey Milk.

#M5S Adozione bambini di Chernobyl: c’è l’ok dalla Bielorussia




Si sblocca dopo anni, anche grazie alla pressione esercitata dal MoVimento 5 Stelle in Parlamento, la vicenda delle adozioni dalla Bielorussia. L'annuncio è stato dato in questi giorni dal neo Ministro degli Esteri, Federica Mogherini. Si avvicina così il lieto fine per le famiglie coinvolte. Parliamo dei “figli di Chernobyl” che periodicamente si recano in Italia e in altri Paesi europei per trascorrere soggiorni, presso famiglie che li ospitano, disintossicanti dalla contaminazione nucleare. Lo stallo si è venuto a creare per le richieste inoltrate dalle famiglie per adottare questi bambini, legato alla crisi dei rapporti diplomatici tra i due Paesi. Negli ultimi anni, infatti, sono stati pochissimi i bambini bielorussi adottati in Italia e solo per pratiche già avviate: 34 nel 2006, 12 nel 2007, 4 nel 2008. Dal 2009 il Paese ha manifestato una nuova apertura e disponibilità alla collaborazione con l'Italia in tema di adozioni e, in seguito a incontri bilaterali e visite reciproche, furono riavviate le procedure fino ad arrivare a circa 350 adozioni nel 2010. Nel 2011, ultimi dati disponibili, le adozioni di bimbi bielorussi sono state 99, meno del 5% di tutte le adozioni internazionali. La questione, che coinvolge numerose famiglie, era stata portata all'attenzione delle istituzioni, a tutti i livelli. Su sollecitazione dei genitori adottivi e delle associazioni, la richiesta di aiuto è arrivata tramite lettera datata 29/11/2013, al presidente della Repubblica, all’ex Ministro dell’Integrazione Kyenge e al Presidente del Senato, Pietro Grasso.

Le famiglie adottive, dopo aver sollecitato invano il Presidente della Repubblica, il Presidente del Senato e l'ex-Ministro Kyenge, hanno voluto incontrare il collega a cinque stelle Giuseppe D’Ambrosio ed il sottoscritto, con una delegazione composta anche dalle stesse associazioni, in prima linea nella vicenda. Abbiamo subito richiesto un incontro con l’ambasciatore bielorusso a Roma ed una sua audizione nel Comitato Diritti Umani, depositando un’interrogazione e ponendo le domande in Commissione Affari Esteri all’allora Ministro Kyenge nonché consigliando di istituire una Delegazione Parlamentare che si recasse a Minsk per una risoluzione diplomatica.
Sono contento innanzitutto per le famiglie che presto potranno concludere l’iter adottivo. Quei bambini meritano un futuro migliore. Adesso potranno trasferirsi in Italia dalle famiglie che ne hanno richiesto l'adozione e percorrere, insieme ad esse, la propria vita al meglio. La Bielorussia è una delle zone più colpite dal disastro di Chernobyl. Nonostante la centrale nucleare si trovi in Ucraina, infatti, oltre il 70% di radionuclidi fuoriusciti dal reattore esploso il 26 aprile 1986 sono precipitati sul territorio bielorusso causando la contaminazione da cesio-137 del 66 % del territorio nazionale.
Il neo Ministro degli Esteri Mogherini qualche giorno fa ha reso noto che lo sblocco, comunicato dall'ambasciatore bielorusso, è frutto di negoziati condotti in questi mesi dalla viceministro degli Esteri, Marta Dassù, e dalla sua omologa bielorussa Alena Kupchnya. Tuttavia, è evidente l'accelerazione impressa alle trattative dal nostro interessamento, tant'è che i genitori adottivi fino a qualche giorno fa, non avevano ricevuto nessuna risposta dalle istituzioni e si sentivano completamente abbandonati. Il M5S in 20 giorni ha pressato il Ministro per l’Integrazione, il Ministro degli Esteri e lo stesso Ambasciatore bielorusso portando a questa conclusione positiva. In attesa di vedere i bambini arrivare in Italia prima di poter gioire a pieno per la conclusione della vicenda, considero questa una vittoria dell’Italia. L’ennesima dimostrazione che noi del Movimento Cinque Stelle siamo sempre pronti e disponibili a dare il nostro contributo alle battaglie che riteniamo utili e positive per i cittadini, a prescindere dalla bandiera o dal colore politico di chi ne assume la paternità.