#M5S: Shalabayeva non doveva essere espulsa, Alfano si dimetta


La sentenza della cassazione sul caso Shalabayeva, conferma che avevamo ragione: la moglie del dissidente kazako Abliazov non doveva essere espulsa. Il Ministro dell’Interno Alfano dovrebbe trarne le dovute conseguenze e rassegnare le dimissioni. Troppi e gravi gli errori che segnano il suo mandato. Noi delle Commissioni Esteri e Giustizia del M5S accogliamo con un plauso la decisione della Cassazione, perché erano evidenti e palesi, dal primo momento, le violazioni perpetrate a danno di Alma Shalabayeva.

Violazioni dettate da oscuri interessi e favori di cui, il ministro Alfano è stato l’esecutore materiale. E’ importante sottolineare anche come la Cassazione ha riconosciuto un danno economico per l’ingiusta detenzione e la privazione della libertà non giustificata da condizioni di legge. In poche parole il risarcimento tocca ai cittadini italiani. Ancora una volta chi sbaglia non paga, ma fa pagare lo Stato Italiano e, non si assume nessuna responsabilità. L’espulsione di Alma Shalabayeva e della figlia rimane un precedente grave, che non deve cadere nell’oblio e non deve mai più ripetersi in un Paese che si dichiara democratico”. #cacciarealfano

Per saperne di più

- Clicca qui per leggere la mozione di sfiducia presentata dall'intero gruppo parlamentare del Movimento Cinque Stelle il 15 luglio 2013

#M5S Istituzione della Commissione nazionale indipendente per la promozione e la protezione dei diritti umani

https://www.youtube.com/watch?v=uor04NRNZRQ
Ho depositato su LEX (https://sistemaoperativom5s.beppegrillo.it/), il nostro sistema operativo, la mia proposta di legge finalizzata all'istituzione di una Commissione Nazionale Indipendente per la Promozione e la Protezione dei diritti umani e le libertà fondamentali. La proposta sarà su LEX per i prossimi 60 giorni (fino al 26 settembre), al fine di raccogliere tutti i suggerimenti dei cittadini e delle associazioni che vorranno dare un contributo atto a migliorare la mia proposta di legge.

In seguito alla Conferenza mondiale per i diritti umani tenutasi a Vienna nel giugno 1993, l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha adottato, il 20 dicembre 1993, la risoluzione n. 48/134, che impegna gli Stati membri a istituire organismi nazionali, autorevoli e indipendenti, per la promozione e la protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali. Dal 1993 diversi Stati hanno istituito questi organismi, altri si sono impegnati nel farlo. L’Italia, diventata membro del Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite per il triennio 2007-2010, nel presentare la propria candidatura il nostro Paese, aveva assunto importanti impegni, tra cui l’istituzione, appunto, di una Commissione nazionale indipendente per la promozione e la protezione dei diritti umani, in attuazione della citata risoluzione.
Purtroppo, ad oggi l'Italia è ancora uno dei (pochi) Paesi europei a non aver dato attuazione alla risoluzione ONU. Infatti, da un lato non ha alcuna istituzione nazionale del tipo descritto e propugnato dall’ONU nella suddetta risoluzione, e dall’altro, non dispone di una struttura a livello nazionale in grado di offrire almeno un punto di riferimento avverso i comportamenti delle amministrazioni pubbliche commessi in violazione delle norme vigenti in materia di diritti umani, come quella del difensore civico nazionale.

La mia proposta di legge, costruita sulla base degli standard internazionali e dei Principi di Parigi, prevede un’istituzione autorevole, indipendente ed efficace, con funzioni di formazione e informazione, coordinamento, controllo e impulso legislativo della complessa materia dei diritti umani, diritti che sono innanzitutto universali, indivisibili, interdipendenti e che coinvolgono ambiti sempre nuovi, dai diritti civili e politici a quelli economici e sociali, culturali e ambientali. La competenza dell’istituzione, costituita e composta da rappresentanti della società civile, dalle associazioni non governative impegnate nella promozione e protezione dei diritti umani e da docenti universitari, impegnati in particolare in discipline pertinenti allo studio dei diritti umani, della filosofia e delle religioni, si esplica sia in politica interna sia in politica estera, poiché lo Stato italiano, come ogni altro Stato, è responsabile delle violazioni dei diritti umani sia all’interno del proprio territorio che all’estero, sia nei confronti di chi possiede la cittadinanza italiana sia di chi non la possiede. Anche l’Italia, al pari di tutti gli altri Stati, non è immune da rischi di violazioni dei diritti umani.
Solo un’istituzione nazionale indipendente, infatti, potrà essere in grado di contribuire a monitorare lo stato dei diritti umani nel mondo in modo coerente, costante, obiettivo e non frammentario e soggetto a varie contingenze e convenienze.

Ecco il video con il quale spiego brevemente le finalità della mia proposta:

https://www.youtube.com/watch?v=uor04NRNZRQL’articolo 1 della presente proposta di legge stabilisce i princìpi generali anche in ottemperanza delle deliberazioni del Consiglio d’Europa e dell’OSCE. Con l’articolo 2 si individuano le forme di autonomia riconosciute alla Commissione, nonché le modalità per la sua istituzione. La Commissione, costituita come organismo autonomo e indipendente avente lo scopo di proteggere e promuovere i diritti fondamentali della persona, enunciati dalla Costituzione e generalmente riconosciuti dal diritto internazionale, opererà in piena autonomia e con indipendenza di giudizio e di valutazione. Alla Commissione, in quanto organismo indipendente, è garantita autonomia contabile, organizzativa, patrimoniale, finanziaria e gestionale. In particolare: il comma 3 precisa che essa è un organo collegiale composto da sette componenti scelti tra esperti di elevata professionalità, con comprovate competenza ed esperienza nel campo dei diritti umani, dei diritti dei minori e delle scienze umane in genere, in Italia e all’estero; il comma 4 stabilisce che i sette componenti sono scelti con procedura basata su criteri di trasparenza ed evidenza pubblica, attraverso procedure di bando di gara, pubblicità dei curricula accademici e professionali dei candidati e secondo i criteri di cui al comma 3; il comma 5 prevede che Il Presidente è eletto dai sette componenti della Commissione al loro interno, con votazione a maggioranza dei due terzi e resta in carica per un anno, allo scadere del quale, non può essere rieletto fino alla fine del suo mandato. I sette componenti della Commissione durano in carica cinque anni, e sono sottoposti a procedura di controllo dopo metà mandato. Per l’intera durata dell’incarico, i componenti della Commissione non possono, pena la revoca dalla carica, esercitare alcuna attività lavorativa, subordinata o autonoma, imprenditoriale o libero professionale attività professionale e di consulenza, né essere amministratori o dipendenti di enti pubblici o privati, né dirigenti o azionisti di aziende pubbliche e private. Se dipendenti di pubbliche amministrazioni, essi sono collocati in aspettativa. Il compenso dei componenti della commissione deve essere pari ad un terzo di quanto previsto dall’articolo 13, comma 1 del decreto legge 66/2014 convertito con modificazioni dalla legge 89/2014 che ha fissato in 240.000 euro il tetto massimo per il compenso retributivo per tali cariche; con l’articolo 3, comma 1, si definiscono i compiti della Commissione, tra i quali si segnalano la promozione della cultura dei diritti umani, avvalendosi di tutti gli strumenti idonei; l’istituzione, al proprio interno, di un osservatorio per il monitoraggio del rispetto dei diritti umani in Italia e all’estero; la verifica dell’attuazione delle convenzioni e degli accordi internazionali in materia di diritti umani già ratificati dall’Italia; la redazione dei rapporti periodici che l’Italia è tenuta a sottoporre, nell’adempimento di specifici obblighi da essi derivanti, ai competenti organismi internazionali e al Comitato permanente sui diritti umani istituito presso il Ministero degli affari esteri; la formulazione, anche di propria iniziativa, proposte al Governo sulla materia; la promozione della firma di accordi internazionali in materia di diritti umani; la cooperazione con analoghi organismi internazionali o istituzioni di altri paesi; l’accoglimento da singoli soggetti (o da associazioni) di segnalazioni relative a specifiche violazioni o limitazioni dei diritti umani e adottare i conseguenti provvedimenti; promuovere l’adozione di codici di condotta da parte delle categorie professionali; la predisposizione annuale di una relazione sull’attività svolta e sulla situazione relativa all’attuazione e al rispetto dei diritti umani in Italia e all’estero. Con i successivi commi, è prevista una generale facoltà di richiedere informazioni e documenti a soggetti pubblici e privati, fatti salvi i casi di segreto professionale d’ufficio o di Stato previsti dai relativi articoli del codice di procedura penale. Inoltre si stabilisce che la Commissione, qualora ne ricorra la necessità, possa disporre accessi, ispezioni e verifiche dei luoghi, previa autorizzazione, in mancanza della collaborazione dei soggetti tenuti a farli effettuare, del presidente del tribunale competente per territorio, in relazione al luogo in cui le stesse devono essere effettuate. L’articolo 4 disciplina l’organizzazione e il funzionamento dell’ufficio della Commissione, i criteri per l’assunzione di personale da parte della Commissione e trattamento economico, compresa la previsione di un’apposita redazione dei bilanci consuntivi, sottoposti al controllo della Corte dei conti. L’ufficio è composto da un direttore, un vice direttore un segretario generale e sette impiegati. Il direttore viene nominato dalla Commissione, su proposta del Presidente previo vaglio di una selezione di candidati. All’articolo 5 si introducono norme di carattere sanzionatorio, destinate a indicare le pene amministrative comminate a coloro che violino gli obblighi di informazione e documentazione posti all’articolo 3. Le sanzioni amministrative sono modulate secondo importi pecuniari differenziati, in base alla circostanza che i soggetti obbligati possano rifiutare di fornire informazioni e documenti ovvero possano fornire informazioni non veritiere. Inoltre viene previsto che la Commissione presenti un rapporto all’autorità giudiziaria ogni qualvolta venga a conoscenza di fatti che possano costituire reato e che i componenti della stessa si devono attenere al segreto d’ufficio in relazione a ciò di cui possono venire a conoscenza. Con l’articolo 6 si prevede che la Commissione possa avvalersi di collaborazioni di centri di ricerca, università, organizzazioni non governative, associazioni, istituzioni tutti con comprovata competenza e professionalità in materia di promozione e protezione dei diritti umani. L’articolo 7, infine, riferisce della copertura finanziaria per l’attuazione della legge.

Invito ognuno di voi a dare il proprio contributo per migliorare questa proposta affinchè sia il più efficace possibile nella promozione e protezione dei diritti umani e delle libertà fondamentali.

#M5S, figli di Chernobyl: tutto è bene quel che finisce bene

Oggi la giornata è iniziata con un sorriso. Sfogliando la Gazzetta del Mezzogiorno ho letto questo articolo che mi ha riempito di gioia. Finalmente i "figli di Chernobyl" sono arrivati in Italia ad abbracciare i loro genitori adottivi che da mesi stavano maturando la paura che questo momento non arrivasse mai.
La notizia mi ha emozionato particolarmente perchè mi sono occupato in prima persona della vicenda. A febbraio scorso, alcune famiglie adottive, dopo aver sollecitato invano il Presidente della Repubblica, il Presidente del Senato e l'ex-Ministro Kyenge, hanno voluto incontrare me e il collega Giuseppe D'Ambrosio con una delegazione composta anche dalle stesse associazioni, in prima linea nella vicenda. Noi ci siamo subito impegnati a dare una mano alle famiglie, chiedendo un'audizione all’ambasciatore bielorusso a Roma nel Comitato Diritti Umani e depositando un’interrogazione parlamentare al Ministero per l'integrazione. La pressione esercitata ha permesso di sbloccare dopo anni la vicenda delle adozioni dalla Bielorussia. Infatti, l'annuncio dato nei primi giorni di marzo dal Ministro degli Affari Esteri Mogherini ha trovato riscontro negli arrivi dei "figli di Chernobyl" in questi giorni in Italia.

Ecco l'articolo della Gazzetta del Mezzogiorno di oggi (23.07.14) sulla vicenda "a lieto fine".



Ecco alcune foto dell'incontro di febbraio scorso





#M5S Adozioni internazionali: E' necessaria una riforma

L'adozione internazionale è l'adozione di un minore di cittadinanza non italiana, dichiarato adottabile dalle autorità del suo Paese. Viene perciò fatta in quel Paese, davanti alle autorità e secondo le leggi nazionali ed internazionali ivi vigenti. Perché questa adozione sia efficace in Italia è necessario seguire procedure particolari, stabilite dalle leggi italiane ed internazionali. Lo strumento principale su cui si basano le procedure per l'adozione internazionale è rappresentato dalla Convenzione dell'Aja per la tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale del 29 maggio 1993, che prende in esame la tutela dei minori e la cooperazione in materia di adozione internazionale. L'Italia ha aderito a questa convenzione ratificandola con la legge n. 476 del 1998, che modifica la legge n. 184 del 1983. Essa rappresenta una garanzia sia per tutelare i diritti dei bambini e di chi desidera adottarli, sia per sconfiggere qualsiasi traffico di minori che possa instaurarsi attraverso il meccanismo delle adozioni. In Italia la Commissione per le adozioni internazionali (CAI) è l'autorità da cui dipende l'applicazione della Convenzione dell'Aja.

Negli ultimi anni il fenomeno dell’abbandono dei minori nel mondo è in costante crescita. Secondo delle stime dell’Unicef si è passati da 145 milioni di bambini dichiarati in stato di abbandono nel 2004 ai 168 milioni del 2009. Ciò nonostante, l’adozione internazionale è in crisi. Dopo una tendenza positiva avutasi dal 2006, le idoneità all’adozione internazionale dichiarate dai Tribunali per i minorenni sono drasticamente diminuite: infatti, nel 2006 sono stati registrati ben 6.237 decreti di idoneità ottenuti dalle coppie, scesi a 4.509 nel 2009 e a 4.000 nel 2012.

Sicuramente tra le ragioni vanno considerate le procedure amministrative, spesso piuttosto farraginose, e i tempi eccessivi, e dagli esiti incerti, che caratterizzano i procedimenti di adozione. L'adozione internazionale permette di accogliere a far parte integrante della propria famiglia bambini di altri Paesi, con cultura, lingua, tradizioni diverse. Inizia con un'indagine sulle famiglie che fanno specifica richiesta di adozione internazionale, per valutarne le potenzialità genitoriali, raccogliendo informazioni sulla loro storia personale, familiare e sociale. La coppia in possesso del decreto di idoneità deve rivolgersi ad uno degli enti autorizzati dalla Commissione per le adozioni internazionali, che svolge le pratiche necessarie per tutta la complessa procedura. Solo gli enti autorizzati dalla Commissione per le adozioni internazionali sono legittimati ad occuparsi delle pratiche in materia di adozione internazionale, sulla base di precisi requisiti.

Una volta ricevuta dall'autorità straniera la proposta di incontro con il minore da adottare, l'ente autorizzato ne informa gli aspiranti genitori adottivi e li assiste per tutte le visite necessarie. Se gli incontri della coppia con il minore si concludono positivamente, viene emanato da parte della competente autorità giudiziaria straniera il provvedimento di adozione.

L'ente autorizzato trasmette successivamente tutti gli atti relativi all'adozione alla Commissione per le adozioni internazionali, che ne verifica la correttezza formale e sostanziale. In caso di esito positivo dei controlli, la Commissione per le adozioni internazionali rilascia la «autorizzazione nominativa all'ingresso e alla permanenza in Italia del minore adottato.

La procedura di adozione si conclude, 2 - 3 o a volte anche 4 anni dopo, con l'ordine da parte del tribunale per i minorenni di trascrizione del provvedimento di adozione nei registri di stato civile. Infine, la Commissione autorizza l'ingresso del bambino adottato in Italia e la sua permanenza, dopo aver certificato che l'adozione sia conforme alle disposizioni della Convenzione dell'Aja.

Un altro motivo della crisi delle adozioni internazionali va senz’altro imputato ai rilevanti costi che le famiglie devono sopportare quando intraprendono questo percorso e che contribuiscono negativamente, soprattutto in un periodo di grave crisi economica quale quello che stiamo vivendo. Proprio per far fronte agli elevati costi, nel 2005 è stato istituito un ‘Fondo di sostegno delle Adozioni Internazionali’, finalizzato al rimborso di parte delle spese sostenute per l’adozione di un bambino straniero nel corso dell’anno precedente, le cui funzioni sono state successivamente assorbite dal Fondo per le Politiche della Famiglia, destinato a finanziare anche il sostegno delle adozioni internazionali. Tuttavia, si apprende dalla stampa che sarebbero stati erogati rimborsi fino alle adozioni concluse nell’anno 2010, mentre per quanto concerne le adozioni concluse nel 2011 ad oggi non sarebbe stato erogato alcun rimborso. Infine, relativamente alle adozioni concluse nell’anno 2012 ancora non sarebbe stato emesso alcun Decreto.

E’ evidente che l’interruzione della misura del rimborso a favore delle famiglie adottive costituisca un grave ostacolo per tante coppie italiane altrimenti decise ad adottare, rischiando altresì di configurare una disparità di trattamento tra cittadini, con un’ulteriore ingiusta penalizzazione nei confronti di tante coppie più fragili economicamente ma che credono fermamente nel diritto di ogni bambino ad avere una famiglia.

Peraltro, le recenti vicende della cronaca hanno messo in luce come spesso i tempi incerti nelle procedure di adozione dipendano non solo dalla procedure italiane farraginose, e che necessitano di un aggiornamento, ma anche dalle incerte condizioni politiche dei paesi di origine dei bambini, dove talvolta si assiste ad improvvise chiusure o limitazioni nelle procedure di adozione in corso.

Mi preme ricordarlo, anche perché me ne sono occupato personalmente, che è avvenuto sia per le adozioni di minori dalla Bielorussia (4/03482) che per i minori provenienti dal Congo (5/01698 e 4/05067). Mentre nel primo caso fortunatamente le cose si sono risolte del tutto, per il secondo siamo ancora in attesa della definitiva soluzione visto che è necessario portare in Italia anche gli altri bambini che, con sentenze emesse nella Repubblica Democratica del Congo, sono stati dati in adozione ad altre sette coppie italiane che tuttavia sono ancora in attesa.

Fondamentale in questi casi dovrebbe essere il ruolo svolto dalla Commissione per le Adozioni Internazionali che collabora con le autorità centrali per le adozioni internazionali degli altri Stati. 

Storicamente si sa che a molti bambini il diritto all’infanzia non è stato, né è oggi, assicurato, per varie ragioni, individuali, economiche, politiche e sociali. Si tratta di una grande questione che coinvolge tutti gli aspetti della vita di una società, nel passato come nel presente.

Ciò nonostante, è ampiamente condiviso che il diritto dei minori ad avere una famiglia è assolutamente prioritario rispetto a qualsiasi altra logica, e per il minore il diritto a conservare la propria famiglia non può essere messo in discussioni dalle condizioni di povertà e di disagio, su cui invece lo Stato o le regioni sono chiamati ad intervenire concretamente. In Italia, la legge 28 marzo 2001, n. 149, ha introdotto alcune modifiche alla disciplina dell'adozione che sottolineano il diritto del minore ad avere una famiglia, mentre evidenziano che “Le condizioni di indigenza dei genitori o del genitore esercente la potestà genitoriale non possono essere di ostacolo all'esercizio del diritto del minore alla propria famiglia”. Per questo, lo Stato, le regioni e gli enti locali, nell'ambito delle proprie competenze, devono sostenere i nuclei familiari a rischio, al fine di prevenire l'abbandono e di consentire al minore di essere educato nell'ambito della propria famiglia.

Tuttavia, non mancano richieste per una riforma della legge sulle adozioni internazionali. Infatti, secondo alcune associazioni, la revisione della norma attuale è indispensabile per dare speranza all'esercito di famiglie che potrebbe fare dell'adozione la scelta di vita, ma la cui speranza viene distrutta dalla burocrazia. È assurdo e mortificante che per adottare un bambino si debbano aspettare 3 o 4 anni, con spese enormi.

Mentre il nostro Governo è impegnato a concedere l’Immunità ai nuovi Senatori, a pensare alla riforma del senato e ad altre riforme finalizzate alla salvaguardia delle poltrone dei nominati, la crisi delle adozioni internazionali, richiede una revisione della materia, per una maggiore e migliore cooperazione sia in materia di responsabilità genitoriale che di misure di protezione dei minori. Purtroppo Sig. Presidente, la parola “riforma”, associata all’adozione internazionale, sembra abbia esaurito il suo appeal, mentre si fanno sempre più pressanti le voci di chi, in antitesi a chi con le adozioni internazionali ci lavora quotidianamente, sostiene che un cambiamento non sia necessario. Improvvisamente, il “riflettere su quanto sia farraginosa e confusa la procedura per le adozioni internazionali”, come detto proprio dal Presidente del Consiglio circa un mese fa, non è più una priorità. Insomma, la legge sulla adozione internazionale va bene così com’è. La promessa del ministro Boschi, fatta alle migliaia di famiglie in trepida attesa di un miglioramento delle condizioni dell’adozione internazionale, purtroppo sembra essere caduta nel dimenticatoio.

Di ritorno dal Congo, il Ministro Boschi assicurava che si stava lavorando per affrontare il problema delle adozioni, rendendole più agevoli. “A giugno – diceva - nell’ambito della riforma del Terzo Settore, metteremo mano anche alla riforma dell’adozione internazionale”. L’intenzione del governo trovava conferma lo stesso giorno con un nuovo tweet del premier Renzi: “Benvenuti #acasa. Ora, con la riforma del Terzo Settore, ancora più attenzione alle adozioni internazionali”. La verità è che sulla questione delle adozioni internazionali è calato il silenzio.

Aspettando di capire a quale Giugno si riferiscano e in attesa di una riforma il più possibile condivisa con le parti sociali interessate, noi del Movimento 5 Stelle voteremo a favore della Mozione Quartapelle (1/00326), poiché condividiamo la necessità di:

- reperire tutte le risorse necessarie per erogare i rimborsi relativi alle procedure di adozione concluse nel 2011 e quelli relativi al 2012;

- istituire un apposito fondo, ai fini del sostegno di quelle coppie che sopportano un aggravamento ulteriore dei costi a causa dell’inatteso allungarsi delle procedure laddove la Commissione per le Adozioni Internazionali non riesca nel suo intento di mediazione.

E’ altresì necessario presentare una relazione dettagliata al Parlamento sullo stato dell’arte delle relazioni in corso e degli accordi bilaterali sottoscritti e ratificati in questa materia, al fine di ottenere un quadro chiaro e aggiornato, che riduca il più possibile lo stato di incertezza delle procedure di adozione nei confronti di determinati paesi e offra utili elementi al Parlamento in vista di una possibile riforma delle procedure in materia.

Per le adozioni ancora non concluse positivamente, infine, (e mi riferisco in particolare alle coppie ancora in attesa di adottare i minori Congolesi), è necessario un segnale chiaro da parte del Governo (anche in virtù della decisione del Pres. Renzi di tenere la delega per le adozioni internazionali), atto a risolvere tutti quei casi che sono fermi o rallentati e che si possono risolvere solo se il Governo mantiene iniziativa diplomatica costante e discreta in questi Paesi. 


Ecco il mio intervento in dichiarazione di voto in merito alle mozioni sulle Adozioni Internazionali

https://www.youtube.com/watch?v=USFI-PHSI00


Ilva, #M5S: Con accordo Italia-Jersey mai più un altro caso Riva


Dopo l’approvazione al Senato, l’accordo Italia-Jersey viene approvato anche in Commissione Affari Esteri a Montecitorio. Adesso in Aula il voto finale per renderlo esecutivo e per permettere finalmente lo scambio di informazioni in materia fiscale.

L’accordo tra il Governo della Repubblica Italiana e il Governo di Jersey sullo scambio di informazioni in materia fiscale, sottoscritto a Londra il 13 marzo 2012, è ad un passo dalla sua ratifica ed esecuzione. Dopo essere stato approvato al Senato, ora giunge anche l'assenso in Commissione Affari Esteri alla Camera. L’ultimo step, per la sua definitiva approvazione, resta il via libera dell’Aula di Montecitorio. Dovrebbe essere, dunque, scongiurato il rischio che si verifichino di nuovo situazioni come quella che ha visto la famiglia Riva nascondere un rilevante tesoro nel paradiso fiscale alle dipendenze dirette della Regina Elisabetta II: l’isola più grande del canale della Manica che è soprattutto un paradiso fiscale. Jersey, infatti, non rientra nell’Unione europea ma nell’area di libero scambio europea ed ha stipulato alcuni accordi internazionali. I contribuenti persone fisiche sono tassati secondo un’aliquota proporzionale del 27% da applicare su redditi al netto degli sconti fiscali (deduzioni) o, se più favorevole, del 20% sul reddito lordo (vale a dire senza applicazione di sgravi). Sull’isola ci sono oltre 200 filiali degli intermediari finanziari più importanti del mondo. Ed è proprio lì che i Riva detenevano un miliardo e novecento milioni di euro transitati prima dal Lussemburgo, quindi schermati in quattro società delle isole Cayman, infine protetti in otto trust dai nomi esotici gestiti da UBS nel Jersey. Il tutto fu scoperto dal nucleo tributario della Guardia di Finanza di Milano a partire da una richiesta di scudo fiscale per un miliardo e duecento milioni di euro richiesto da Emilio Riva nel 2009. Nel Jersey lo scorso agosto sono stati trovati altri 700 milioni che la magistratura locale potrebbe mettere nella disponibilità degli inquirenti italiani, per poi aggiungerli al miliardo e duecento milioni già sotto sequestro.

Abbiamo fatto pressione affinché questa ratifica fosse approvata nel più breve tempo possibile. Già nel novembre scorso, con un’interrogazione parlamentare a prima firma del collega Giuseppe D’Ambrosio, avevamo chiesto agli allora Ministri dell’Economia e degli Esteri di accelerare i tempi per rendere operativo questo accordo. Ora che siamo ad un passo dalla sua ratifica e relativa esecuzione, auspichiamo che la maggioranza alla Camera non faccia scherzi e che voti con senso di responsabilità, senza tutelare le lobby di potere, come suo solito. Allo stesso tempo, non perdiamo occasione di invitare il commissario straordinario dell’ILVA, Piero Gnudi a non ricalcare l’immobilismo dell’ex commissario Bondi e ad attivarsi, di concerto con la Procura di Milano, per utilizzare le risorse sequestrate quanto prima per l’adozione delle misure previste nel piano delle attività di tutela ambientale e sanitaria del territorio Tarantino. Qualora la ratifica non trovi ostacoli nel suo passaggio conclusivo in Aula a Montecitorio, infatti, permetterà al Governo della Repubblica Italiana ed al Governo di Jersey di prestare vicendevole assistenza attraverso lo scambio di informazioni presumibilmente rilevanti per l’amministrazione e l’applicazione delle leggi interne delle Parti relativamente alle imposte oggetto del presente accordo. Dette informazioni includono le informazioni presumibilmente rilevanti per la determinazione, l’accertamento, l’applicazione, la riscossione, anche coattiva, delle imposte, relativamente alle persone soggette alle imposte stesse, oppure per le indagini su questioni fiscali o i procedimenti per reati tributari in relazione a dette persone.

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