#M5S: Il mancato rispetto delle regole degli Istituti Italiani di Cultura all'attenzione del governo Renzi






Dopo gli scandali e la “mala gestio” emersa sugli Istituti italiani di cultura all’estero, a finire sotto i riflettori è il continuo ricorso del Governo Renzi alla deroga per l’art. 13 della legge 401/90. Dopo le due interrogazioni del marzo scorso sugli sprechi e sulla cattiva gestione degli Istituti di Cultura, con particolare attenzione su un paio di casi eclatanti come quello di Bruxelles e di Los Angeles, con una interrogazione parlamentare indirizzata al Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, ho sollevato la questione della rotazione del personale di ruolo tra le sedi all’estero e la sede centrale: in aperto contrasto con la 401/90, infatti, il limite minimo dei due anni di servizio in Italia è stato derogato più volte nel corso del 2013 e del 2014.

Il sacrosanto principio della rotazione del personale dell’area della promozione culturale, che permette di raggiungere l’obiettivo di buona gestione degli stessi uffici, sembra essere stato oramai accantonato dai governi Letta e Renzi. Ho chiesto, pertanto, al Ministro cosa intenda fare per rispettare il limite minimo di due anni previsto dalla normativa
All’art 13, la legge n. 401 del 1990 regola, infatti, l’attività degli Istituti Italiani di Cultura e il servizio in Italia e all’estero del personale di ruolo dell’area della promozione culturale del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale. Il principio della rotazione del personale di ruolo tra le sedi all’estero e la sede centrale prevede che "dopo ogni periodo di servizio all'estero, il servizio in Italia non può avere durata inferiore a due anni e superiore a quattro anni". Oltre che nel principio generale di rotazione che regola l’organizzazione degli uffici pubblici, la ratio della norma risiede nella necessità tipica del personale con compiti di promozione culturale, di aggiornarsi circa la realtà culturale italiana contemporanea dopo un periodo di permanenza all’estero di nove anni, e di riprendere contatto con le istituzioni culturali e con i loro dirigenti, con i quali il personale del MAECI è chiamato a collaborare nella sua azione di promozione della lingua e della cultura italiana e dei servizi culturali italiani all’estero. L’insistita iterazione di una deroga in materia di personale, destinata ad avvantaggiare solo una parte del personale in questione, dà luogo a fenomeni di distorsione organizzativa, chiaro indicatore di cattiva gestione dell’attività amministrativa e fonte di disparità di trattamento nel caso di gestione del personale.


La risposta, dopo oltre due mesi è arrivata: http://goo.gl/t4yI6Q

Il Sottosegretario di Stato per gli affari esteri e la cooperazione internazionale, Mario Giro, ha riferito che:

Con la radicale modifica dell'impianto della contrattazione integrativa introdotto dalla cosiddetta riforma Brunetta (legge n. 15 del 2009 e decreto legislativo n. 150 del 2009), tale materia è stata sottratta alla potestà regolamentare contrattuale e ricompresa nel novero delle competenze di gestione del personale riconosciute all'amministrazione «con la capacità ed i poteri del privato datore di lavoro».
Nell'esercizio di tale facoltà il Maeci ha ritenuto di regolare l'intera materia dei trasferimenti attraverso due Circolari, una per tutto il personale delle AA.FF (Circolare 1/2010) e l'altra specifica per il personale dell'APC (Circolare 2/2011). Quest'ultima rispetta quanto previsto dalla legge n. 401 del 1990 per la nomina dei direttori ed estende, per analogia di funzioni e di responsabilità, tale modalità alla nomina dei capi delle sezioni distaccate.
D'altro canto le organizzazioni rappresentative del personale, né in sede di confronto sul testo della Circolare, né in occasione delle successive ripetute informative sui trasferimenti, hanno sollevato obiezioni in merito. Tale scelta è stata a suo tempo dettata da due esigenze concorrenti.
 
In un contesto caratterizzato dalla consistente riduzione della presenza negli organici (dimezzatasi rispetto agli anni ’90) si è sentita la priorità di dotare la rete del personale necessario ad assicurare il funzionamento degli Istituti. Ciò è coinciso con la possibilità per l'amministrazione di disporre di più ampi margini di elasticità nella gestione dei termini di trasferimento all'estero del proprio personale, proprio per garantire una migliore e più produttiva allocazione delle risorse disponibili.
 
In secondo luogo si mirava a far fronte alla necessità di eliminare le disparità di trattamento che sarebbero emerse dalla pedissequa applicazione della più restrittiva disciplina di legge nei confronti della sola categoria di personale APC rispetto al restante personale amministrativo e tecnico delle AA.FF., e che peraltro avrebbero creato un irragionevole pregiudizio per il solo personale Apc. A mero titolo di esempio, la legge prevede per la sola categoria di personale Apc un termine massimo di permanenza presso l'Amministrazione centrale, con conseguente obbligo di invio all'estero, nonché termini massimi di permanenza all'estero inferiori rispetto a quelli riconosciuti al restante personale delle AA.FF. Ne è conseguito che il personale Apc in servizio presso il Maeci ha potuto chiedere di essere riassegnato in una sede all'estero anche in tempi relativamente brevi dal suo rientro in Italia. 
Nell'offrire tale possibilità non si è violata la parità poiché l'assegnazione dei candidati è stata comunque effettuata tenendo presente, insieme alle caratteristiche professionali e personali, anche la durata della loro permanenza presso il Ministero. In ossequio al principio di piena trasparenza dell'azione amministrativa, il Maeci ha comunque ritenuto opportuno sottoporre un quesito all'avvocatura generale dello Stato sulla questione.

Il Sottosegretario adduce varie motivazioni di diritto e di fatto che giustificherebbero tale violazione, in sé mai ammissibile. Quello che mi pare palese, è che se il ministero fosse stato così sicuro della legittimità non avrebbe chiesto all'avvocatura di stato il parere che peraltro non è stato ancora prodotto. La risposta riconosce che il Ministero non ha rispettato la legge.

Approfondimenti