Energia: La crisi libica mette a rischio le forniture di gas



I disordini in Libia mettono l’Italia a rischio concreto per l’approvvigionamento di gas. Una questione su cui ho acceso i riflettori con una interrogazione parlamentare in Commissione Attività Produttive. Per il Ministero dello Sviluppo Economico, la soluzione è nella diversificazione di fonti e rotte del gas, nell’implementazione delle infrastrutture di interconnessione in Europa e nello sviluppo di una politica di ricerca e sfruttamento nel Mediterraneo orientale e del Nord Africa sia per il petrolio sia per il gas.

La serie di conflitti in corso in diverse zone compone un mosaico di un nuovo equilibrio energetico mondiale di cui bisogna prendere atto. La Libia, in balia di due governi, uno legittimo riconosciuto dalla comunità internazionale e l’altro guidato dal movimento dei Fratelli Musulmani legato alla Turchia e sponsorizzato dal Qatar, rischia di frantumarsi. Durante la risposta del sottosegretario Vicari, mi è sembrato di avere di fronte un governo di trent’anni fa! Nessun riferimento alle fonti di energia rinnovabile come possibile alternativa. L’assoluta mancanza di una strategia energetica di sostegno alle energie rinnovabili è certificata dalle scelte incluse nel decreto Sblocca Italia e dalla volontà di puntare su trivelle e gasdotti.

Una presa di posizione che emerge, ad esempio, anche dalla decisione del Consiglio dei Ministri di procedere con la costruzione del gasdotto TAP, che approderà sulle coste del Salento. Lo sviluppo economico e sociale deve crescere nel rispetto della natura. Neanche un cenno, dunque, alle fonti di energia rinnovabile da parte del Governo Renzi. In altri Paesi, invece, nonostante condizioni meno favorevoli rispetto a quelle italiane, sono molto più sviluppate e distribuite sull’intero territorio nazionale. In Danimarca, già oggi oltre il 40% del fabbisogno energetico nazionale è soddisfatto da impianti eolici, pannelli solari, biomasse generate dalla trasformazione dei rifiuti e da impianti di riscaldamento alimentati da legno e paglia. Il governo danese è orientato a non utilizzare più combustibili fossili entro il 2050. Il Ministro dell’energia, del clima e dell’edilizia ha dichiarato che la Danimarca non brucerà più carbone entro il 2030, non userà più gas entro il 2035.

In altre parole, utilizzeranno per il proprio approvvigionamento energetico soltanto fonti rinnovabili entro la metà del secolo. Nel nostro Paese nel corso del 2014, fotovoltaico ed eolico hanno coperto complessivamente il 14,3% della produzione nazionale e il 12,4% della richiesta interna. Un dato che ci rende ancora del tutto insoddisfatti: si potrebbe fare ancora molto se solo ci fosse la chiara volontà di questo Governo. È giunta l’ora di puntare su noi stessi, sui nostri punti di forza e fare tutto il possibile per favorire lo sviluppo delle energie rinnovabili. Finché l'Italia non sarà indipendente dal punto di vista energetico, vedrà sempre a rischio la propria sovranità. Berlusconi prima e Renzi dopo, infatti si sono visti costretti a chinare il capo ed a stringere accordi con stati dittatoriali e poco rispettosi dei diritti umani, restando in balia della instabilità di questi paesi. 

Approfondimenti

La vittoria di Cameron e l’annunciato referendum sulla permanenza in UE accelerano la disintegrazione dell’Unione

I conservatori di Cameron conquistano la maggioranza assoluta alla “Camera dei comuni” con 331 seggi su 650 a dispetto dei sondaggi che pronosticavano una battaglia all’ultimo seggio con i Laburisti. “Ho visto la Regina e formerò un nuovo governo”. Un governo che questa volta, dice lo stesso Cameron, sarà monocolore. In più ha confermato che nel 2017 si terrà il referendum sulla permanenza o l’uscita del Regno Unito dall’Unione europea.

Senza i britannici, l’Unione Europea è destinata a pesare meno sulla scena internazionale e soprattutto darebbe l’impressione di disfarsi. Più realisticamente, l’Europa potrebbe accordare al Paese uno status speciale all’interno dell’UE perché non la abbandoni ma, in ogni caso, ci sarebbe un effetto domino su tutti gli altri Stati, oramai oppressi dall’austerità imposta da Bruxelles. Questa vittoria di Cameron potrebbe, in definitiva, accelerare la disintegrazione europea.

La tornata elettorale in sé ha dato dimostrazione della lunga tradizione democratica del Regno Unito: il Paese ha rispettato in pieno i propri impegni con elezioni democratiche di alto livello, in un confronto emozionante e fortemente conteso. Ma, a differenza di molti altri sistemi elettorali dell’area OSCE, il first-past-the-post (circoscrizione uninominale) permette una distribuzione dei seggi in Parlamento che non riflette necessariamente la preferenza dell’elettorato generale del Regno Unito. La variazione significativa di popolazione in alcune circoscrizioni, infatti, indebolisce un pò l’uguaglianza del voto. Emblematici i casi dell’UKIP di Farage, che ha ottenuto un solo seggio nonostante il 12,6% delle preferenze a livello nazionale, e quello degli scozzesi indipendentisti del SNP, i quali hanno conquistato addirittura 56 seggi con appena il 4,7% dei voti ma localizzati geograficamente in Scozia.

La missione di osservazione elettorale dell'Assemblea Parlamentare dell'OSCE ha incluso parlamentari provenienti da 17 diversi paesi. A seguito di briefing con le autorità elettorali, rappresentanti di partiti politici, giornalisti e analisti, il giorno delle elezioni, in qualità di osservatori abbiamo visitato un numero limitato di seggi elettorali in diverse città del Regno Unito. Le raccomandazioni degli osservatori OSCE si sono concentrate su alcuni aspetti che il sistema inglese tralascia, basandosi sulla “fiducia”: attualmente nella democrazia parlamentare più antica, infatti, nei seggi al momento del voto non viene richiesto nessun documento di identità all’elettore e le schede sono, invece, numerate ed associate al codice dell’elettore tramite un registro, aspetto che non garantisce a pieno la segretezza del voto.

Per meglio comprendere la schiacciante vittoria dei conservatori, in conclusione, potrebbe essere emblematica la spiegazione che ho ricevuto da un giovane italiano a Londra. “Sai perché ha vinto Cameron? Ieri l’ho incontrato al bar che faceva la fila per il caffè come un normale cittadino, senza scorta o auto blu!”. Un piccolo segnale di come la classe politica anglosassone è più vicina alla popolazione, al contrario di quanto accade in Italia dove tra i politici dei partiti e la cittadinanza c’è sempre una distanza di sicurezza. Una distanza che aumenta giorno dopo giorno e allontana la gente anche dalle urne. La speranza è che almeno queste elezioni regionali possano smentire questo progressivo andamento astensionista.

Via libera al Gasdotto TAP: L’ennesimo atto d'imperio del Governo Renzi





Il Consiglio dei Ministri ha detto che il TAP si farà. Il “Trans Adriatic Pipeline”, un gasdotto che trasporterà 10 miliardi di metri cubi di gas l’anno (eventualmente raddoppiabili) vedrà un investimento di 40 miliardi di euro. E se da un lato il Governo ha ascoltato i rilievi degli Enti locali, dall’altro ha deciso d’imperio attraverso il suo premier Renzi.

D’altro canto, a sancire a norma di legge il “decisionismo centralizzato” è stato proprio lo Sblocca Italia, voluto da questo Esecutivo. E il TAP, per il Presidente del Consiglio “rappresenta uno dei risultati più rilevanti del Governo”, come da lui stesso affermato parlando agli imprenditori nella sede della Borsa di Milano: celebrando, così, l’ok definitivo al metanodotto che, attraversando Grecia e Albania, approderà sulla costa di Melendugno e si collegherà alla rete italiana a sud di Lecce.

Il maleducato di talento autorizza un’opera inutile e dannosa per la Puglia, sulla quale non è mai stata condotta una valutazione d’impatto ambientale da soggetti terzi. Renzi china il capo e si presta, ancora una volta, al volere di Bruxelles e dei Paesi forti: il TAP, infatti, non porterà gas all’Italia come vogliono farci credere, bensì all’Europa. L’arrivo del gasdotto in Puglia, oltre a danneggiare una delle mete turistiche più importanti e rinomate della regione come Melendugno, non contribuirà alla creazione di un solo posto di lavoro in Italia. Abbiamo contestato in tutti i modi quest’inutile opera, con tutti gli strumenti in nostro possesso. Ma, al di là di tutti i ragionamenti e dei dati a disposizione, il Governo ha deciso di tirar dritto, infischiandosene. La realtà è che siamo di fronte a una politica energetica schizofrenica: da un lato paghiamo circa 3 miliardi di euro in 6 anni, con le bollette dei cittadini, le interconnessioni progettate e, forse, realizzate per portare energia elettrica dai mercati esteri a quello italiano. Dall’altro, a livello europeo, il mercato dell’energia ed i suoi obiettivi di interconnessioni metteranno, di fatto, in collegamento l’energia elettrica dei vari Stati Membri. Ed essendo l’Italia uno dei Paesi europei in cui l’energia elettrica costa maggiormente, ci vien difficile comprendere a chi servirà veramente il TAP.

Dal punto di vista economico, infatti generare energia elettrica da gas in Italia per il mercato elettrico europeo non converrà. E, ancor meno, utilizzare quel gas per esportarlo verso il nord Europa.

M5S, Marò: La scelta tardiva dell'arbitrato sancisce il fallimento politico di Renzi

Sulle notizie stampa di qualche ora fa che riportano la decisione del Governo Renzi di procedere con l’arbitrato internazionale per il caso dei due marò credo che se la notizia venisse confermata, sancirebbe il fallimento politico di un Esecutivo che, solo qualche mese fa, aveva parlato di ‘soluzione politica’. Ora, invece si ritrova a rincorrere goffamente la giustizia internazionale: proprio come avevamo chiesto in passato attraverso numerosi atti parlamentari. Peccato che ci si svegli sempre troppo tardi.

Con l’arbitrato internazionale i tempi si allungherebbero ulteriormente e, per questo, sarebbe stato opportuno intraprendere questa via fin dal primo giorno di detenzione dei due militari italiani. Risulta evidente che oggi Latorre e Girone stanno pagando gli slogan scanditi da Matteo Renzi e dai ministri Pinotti e Gentiloni: si abbia almeno la decenza di fare mea culpa e di chiedere loro scusa. 

Alla fine, dunque, è saltata la soluzione diplomatica negoziata e, molto probabilmente, si procederà con un contenzioso per stabilire dove verranno processati i due marò pugliesi: in India, in Italia o in un Paese terzo. Salvatore Girone e Massimiliano Latorre, trattenuti in India dal 2012, purtroppo dovranno ancora restare nel limbo, in attesa del verdetto. Tutto il tempo che si è perso, succubi delle bizze del Governo Indiano, è assolutamente inspiegabile ed inaccettabile. Una perdita di tempo sulla quale, una volta liberati i Marò, auspico venga fatta chiarezza individuando le colpe ed i colpevoli.