EUNAVFOR MED: presentata la pregiudiziale M5S, ma il governo tira dritto.


Abbiamo esaminato il provvedimento di conversione in legge del decreto-legge 8 luglio 2015, n. 99 e ci dispiace dover presentare una pregiudiziale a mia prima firma che sottolinea le ragioni per le quali non si dovrebbe procedere con la discussione. Ma entriamo nel merito. L'11 maggio scorso, infatti, l'Alto Rappresentante dell'Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza (AR), ha illustrato al Consiglio di Sicurezza dell'ONU le misure che l'Unione europea era in procinto di adottare per far fronte all'emergenza delle tragedie nel Mediterraneo, dando conto dell'operazione navale militare per la politica di sicurezza e di difesa comune dell'Unione europea nel Mediterraneo centromeridionale (EUNAVFOR MED), successivamente istituita dalla decisione (PESC) 2015/778 del 18 maggio 2015, evidenziando la necessità che l'Unione operi con il sostegno esplicito del Consiglio di sicurezza, espresso tramite una risoluzione mirata. Naturalmente, in prima linea c'è l'Italia che con questo provvedimento dovrebbe convertire in legge il decreto 8 luglio 2015 n. 99, recante disposizioni urgenti volte ad assicurare la partecipazione di personale militare italiano all'operazione militare dell'Unione Europea nel Mediterraneo centromeridionale, denominata EUNAVFOR MED, di cui alla decisione PESC/2015/778 del Consiglio del 18 maggio 2015. Il decreto in questione, presentato al Senato per la conversione l'8 luglio 2015, autorizza la partecipazione del personale militare italiano all'operazione sopra citata, iniziata il 27 giugno e prevista fino al 30 settembre 2015. 

Viene autorizzata la spesa di 26 milioni di euro per la partecipazione di 1.020 unità di personale militare e per l'impiego di mezzi navali (la portaerei Cavour e un sommergibile di classe Todaro) e mezzi aeromobili. L’obiettivo di questo decreto, leggo testualmente, è quello di contribuire a smantellare il modello di business delle reti del traffico e della tratta di esseri umani, adottando misure sistematiche per individuare, fermare ed eliminare imbarcazioni e mezzi usati o sospettati di essere usati dai passatori o dai trafficanti, in conformità al diritto internazionale, incluse l’UNCLOS e le risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite.

Il mandato di EUNAVFOR MED, come definito dall'articolo 2 della citata decisione, prevede tre successive fasi operative: 

a) l’individuazione e monitoraggio delle reti di migrazione attraverso la raccolta di informazioni e il pattugliamento in alto mare; 
b) i) fermi, ispezioni, sequestri e dirottamenti in alto mare di imbarcazioni sospette; ii) Fermi, ispezioni, sequestri e dirottamenti, in alto mare o nelle acque territoriali e interne di uno Stato costiero, di imbarcazioni sospette, conformemente alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite applicabili o al consenso dello Stato costiero interessato; 
c) l’adozione di tutte le misure necessarie nei confronti delle imbarcazioni sospette, ivi compresa la possibilità di metterle fuori uso o renderle inutilizzabili, nel territorio dello stato costiero interessato, conformemente alle risoluzioni del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite applicabili o al consenso dello Stato costiero interessato.

Appare evidente, che mentre alcune sono attuabili, nel rispetto del diritto internazionale e della Convenzione delle Nazioni Unite sul Diritto del Mare (UNCLOS), prescindendo da una risoluzione del Consiglio di Sicurezza e dal consenso dello Stato costiero interessato, altre sono subordinate all'adozione di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza o all'ottenimento del consenso dello Stato interessato; Ancora più evidente, è il punto c) dove appunto si dice che si possono adottare tutte le misure necessarie, anche mettendo fuori uso o rendendo inutilizzabili le imbarcazioni sospette." Con molte probabilità la Russia non accetterebbe la possibilità di "distruggere" le imbarcazioni sospettate di traffico.

Sappiamo benissimo che la Russia resta contraria alla possibilità di agire sul territorio libico e che, come membro permanente, potrebbe porre il veto. Molto dunque dipenderà dall'atteggiamento cauto della Russia e della Cina, preoccupate di evitare il ripetersi di quanto avvenuto nel 2011, con l'intervento che portò alla caduta del regime di Gheddafi. Dunque, in assenza di una risoluzione del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, vi ricordo che la nostra costituzione non è cambiata! E' sempre la stessa! E all'art. 11, giusto per rinfrescare la memoria di qualcuno, recita così: "L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”; accettare, dunque, un intervento quale strumento di offesa alla libertà dei popoli ma anche quale mezzo di risoluzione delle controversie internazionali (anche commerciali) condurrebbe de facto al superamento dei principi alla base del dettato costituzionale. Anche il generale Claudio Graziano, Capo di Stato Maggiore della Difesa, che evidentemente non è del M5S, in un’intervista rilasciata circa un mese e mezzo fa, ha affermato che: “Un blocco navale, in assenza di una risoluzione Onu o della richiesta del Paese interessato, è un’azione di guerra. Si fa contro un nemico. Sarebbe controproducente. Siccome in nessun caso viene meno il dovere di salvare le vite dei naufraghi, i barconi punterebbero contro le navi del blocco”.

Ma la cosa più assurda, è che il decreto in esame punta ad avere un consenso preventivo del Parlamento sia sulle eventuali risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’Onu sia sull’eventuale consenso dello Stato costiero interessato, senza che i contenuti di tali risoluzioni o dei confini operativi di questo consenso siano conosciuti dalle Camere. Questa sorta di mandato “alla cieca” lederebbe, però, le prerogative che la Costituzione attribuisce al Parlamento che deve poter deliberare, a maggior ragione in presenza di missioni militari, solo avendo piena cognizione di causa di cosa andranno a fare le nostre Forze Armate e quale effettivo mandato e regole d’ingaggio saranno decise dalle Nazioni Unite; come già accaduto nel caso del rifinanziamento delle missioni internazionali relativo al II semestre del 2014, anche in questo caso si ricorre, per la parziale copertura della missione in oggetto, all’utilizzo delle somme (7 milioni di euro, come previsto dall’art. 1, comma 3, lettera b) derivanti dai rimborsi corrisposti dall’Onu quale corrispettivo di prestazioni rese dalle Forze armate nell’ambito di operazioni internazionali “di pace”; si tratta, in ogni caso, di somme non ancora riassegnate al fondo previsto dal comma 1240, art. 1 della finanziaria 2006, ma, nelle more dell’accertamento di queste cifre aleatorie, accantonate e rese indisponibili nell’ambito delle spese rimodulabili di parte corrente del Ministero della Difesa.

Per questi motivi, noi del M5S abbiamo presentato una pregiudiziale per non procedere all'esame del disegno di legge n°3249. Per affrontare la crisi del Mediterraneo, è necessario mettere da parte l’ipocrisia evidenziando una volta per tutte le cause di questo esodo biblico e puntare al miglioramento della sicurezza umanitaria e dei diritti umani, nonché delle condizioni socio economiche dei Paesi da dove partono i barconi. Per fare questo non servono navi e sottomarini. Per la cooperazione con i paesi di transito, serve il contrasto efficace dei traffici e dei trafficanti non ci vuole la portaerei Cavour o il sottomarino o gli aerei.

Ormai lo sanno anche i muri di quest’aula che dal 18 dicembre dello scorso anno noi del M5S abbiamo indicato la via, con la Mozione a prima firma del mio collega Di Stefano approvata da tutti voi, per risolvere il problema dell’immigrazione. Ma si sa, in Italia così come in Europa, si preferisce sempre l’uso delle armi in barba ai dettami costituzionali che c’impongono un approccio completamente opposto.

Mi preme sottolineare, così come ho fatto in aula, che il M5S è vicino a tutti i militari che negli anni e da sempre si sono battuti per salvare vite umane in mare, nonostante le avversità, e per tutte le attività svolte nel loro lavoro. 


https://www.facebook.com/Scagliusi.Emanuele/videos/vb.172934526199125/487618361397405/?type=2&theater

Fiducia #41: il "capolavoro" sull'ILVA


Siamo alla fiducia numero 41 del Governo Renzi. Ancora una volta, si assiste imperterriti al doppio passaggio. Si al doppio passaggio, ma non tra camera e senato, bensì tra l'ennesimo decreto, un mix di disposizioni che spaziano dalla materia fallimentare, ai regali alle banche, passando per la questione Ilva, e l'ennesima fiducia. Naturalmente in questo decreto non ci sono le caratteristiche di necessità e urgenza relative al tema principale del provvedimento, poiché proprio il diritto fallimentare e la materia concorsuale sono oggetto del lavoro di una commissione insediata presso il Ministero di giustizia sin dal 28 gennaio scorso.

Ma il capolavoro è proprio sulla questione ILVA, dove la politica autodefinisce il suo diritto di ingerire sulla magistratura e, decide che laddove la continuità operativa di un complesso industriale, sia considerata di interesse strategico nazionale, anche se sotto sequestro giudiziario per comprovato disastro ambientale, deve continuare ad operare per esigenze di continuità aziendale. In pratica, dopo tre anni dal sequestro dell'area a caldo dell'Ilva da parte del GIP Todisco, ci troviamo di fronte a un braccio di ferro tra la Procura di Taranto e il Governo, più che altro un braccio di ferro tra il Governo ed il buonsenso (con la logica!) Perché dobbiamo ricordarci che questo sequestro senza facoltà d'uso dell'altoforno 2 è stato deciso dal pubblico ministero dodici giorni dopo l'incidente che causò la morte di un operaio di 35 anni, Alessandro Morricella, deceduto dopo 4 giorni di agonia in ospedale, a causa di un'improvvisa e violenta fiammata sprigionatasi dal campo di colata dell'impianto di Taranto. Quindi per decreto si elimina la sicurezza dei lavoratori. Morricella è il quinto operaio che ha perso la vita in fabbrica negli ultimi tre anni. Per gli ultimi tre, in particolare, gli inquirenti sono convinti che la morte è da collegare direttamente al mancato ammodernamento della fabbrica, e questo si legge nelle carte dell'inchiesta Ambiente svenduto.

E proprio nelle ore in cui si consuma questo ennesima stupro alla democrazia e proprio sul caso ILVA è finito sotto processo anche l’ex Governatore di Puglia, Nichi Vendola, accusato di concussione aggravata per aver fatto pressioni sul direttore generale di Arpa Puglia, affinché assumesse un atteggiamento meno severo nei confronti della fabbrica. “Sarei insincero se dicessi, come si usa fare in queste circostanze, che sono sereno” ha dichiarato Vendola. Certo, caro ex governatore, ma le garantisco che non sono sereni invece i cittadini di Taranto, dove la diossina ha contaminato la catena alimentare e gli operai muoiono in fabbrica per gravi incidenti sul lavoro e dove i bambini si ammalano di tumore del +54% rispetto alla media pugliese. Non sono sereni i titolari di piccole imprese messe in ginocchio dall'inquinamento dell'ILVA e dal comportamento complice degli ultimi governi Nazionali e Regionali. L'inquinamento ha prodotto danni a molte attività locali come la mitilicoltura che era un comparto economico fiore all'occhiello di Taranto. Un altro reparto danneggiato dall'inquinamento è l'allevamento; oltre 2000 ovini sono stati abbattuti perché contaminati da diossina e tutt'ora vige un divieto di pascolo nel raggio di 20km dal polo industriale di Taranto.

Taranto è soggetta ad una forte disoccupazione generale e soprattutto giovanile con tassi di disoccupazione che si aggirano al 20% e la disoccupazione giovanile che si aggira intorno al 50%. Taranto è soggiogata dall’acciaio che per un periodo è stato fonte di reddito e benessere, ma che oggi costituisce un blocco a qualsiasi forma alternativa di sviluppo. Noi vogliamo far ripartire l'economia tarantina e Pugliese, con la riconversione ed aiutando le piccole imprese in difficoltà , i cittadini disoccupati e gli operai che perderanno il posto di lavoro attuando una misura presente in tutti gli stati europei tranne Italia e Grecia: il Reddito di cittadinanza!

Approfondimenti

GUARDA IL VIDEO DEL MIO INTERVENTO 

https://www.youtube.com/watch?v=tcEYtw_vv2c&feature=youtu.be
 

L'alternativa all'Euro è possibile


Un nuovo approccio geo-strategico dell'Italia finalizzato alla crescita della propria economia. Ma soprattutto un approccio alternativo all'Euro e al blocco atlantista guardando ai BRICS, acronimo utilizzato per riferirsi congiuntamente alle sole economie sfuggite fino ad oggi al controllo delle potenze dominanti: Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica.

E' stato questo il tema al centro del convegno dal titolo "Il nuovo mondo con i BRICS", che si è tenuto venerdi scorso alla camera dei deputati, organizzato dalla Commissione Affari Esteri e Comunitari del M5S. 

Sono intervenuti

 


Per ovviare alla crisi della zona euro, l'Italia può guardare ai Brics?

https://www.youtube.com/watch?v=em4QWcjg_eA


Un pò di storia

Appena eletto presidente del Brasile, Luís Inácio Lula da Silva rivolse al suo ministro degli Esteri, Celso Amorim, la seguente domanda: ”Se l’economia è globalizzata perché per comprare dall’India dobbiamo fare prima la conversione della nostra moneta (Real) in dollari statunitense, per poi cambiare l’equivalente in moneta indiana (Rupia)? Non sarebbe più vantaggioso effettuare direttamente il cambio tra Real e Rupia?”.

Il 16 giugno del 2009 si riunivano a Ekaterinburg (Russia) i presidenti di Brasile, Russia, Cina e India, rispettivamente, Luiz Inácio Lula da Silva, Dimitry Medvedev, Hu Jintao e Manmohan Singh. L’anno seguente (15/16 aprile del 2010) Jacob Zuma, rappresentando il Sud Africa partecipava nella riunione di Brasilia, in cui nascevano i BRICS (Brasile – Russia – India – Cina – Sudafrica) con l’obiettivo di “…sviluppare gli strumenti per la creazione di un nuovo ordine mondiale che superasse il centralismo della dollarizzazione, promovendo la democrazia e l’eguaglianza nelle relazioni internazionali”. Il 15 luglio del 2014, il mondo si rendeva conto del significato geopolitico dei BRICS quando i cinque paesi realizzavano il sesto Summit nella città brasiliana di Fortaleza che ha visto la creazione di una nuova Banca per lo Sviluppo. Per cercare un’alternativa al “Washington Consensus” i cinque Paesi hanno deciso di avere a disposizione una struttura protettiva, contrapposta alle politiche economiche e finanziarie dei paesi europei e degli Stati Uniti e quindi capace di promuovere operazioni finanziarie in favore dei Paesi emergenti e in via di sviluppo. Per questo Vladimir Putin, presidente della Russia, faceva notare che: ”Questa istituzione finanziaria sarà un mezzo estremamente poderoso per prevenire possibili difficoltà economiche. Nello stesso tempo contribuirà a definire i fondamenti per attivare i grandi cambiamenti economici a livello mondiale”.

Focus

Nel 2013, il volume degli investimenti mondiali ha toccato i 1,5 trilioni di dollari (nel 2010 si arrivò a 2 trilioni), di cui 617 miliardi di dollari destinati a progetti in favore dei paesi in via di sviluppo. Di questi il 50% sono stati finanziati da Cina, India, Brasile e Russia.

I BRICS, oggi, rappresentano il 40% della popolazione mondiale e circa il 25% del PIL mondiale. Sono per questo considerati “il nuovo soggetto politico del secolo XXI” non solo per il loro potenziale e la loro crescita economica, ma per l’adozione di una agenda politica che nell’ambito internazionale si contrappone a quella del blocco storico del G6 (Stati Uniti, Canada, Inghilterra, Francia, Germania e Giappone).

“Un nuovo mondo” per un sistema multilaterale, bilanciato e nel rispetto della sovranità dei singoli stati della comunità internazionale.

Puglia: Commissione d’inchiesta sull'uranio impoverito


In questi giorni la Camera ha detto “sì” all’unanimità alla proposta di legge abbinata M5S-Sel che prevede l’istituzione di una commissione d’inchiesta monocamerale che si occuperà di uranio impoverito. Nei prossimi due anni, la commissione dovrà fare luce sui casi di morte e gravi malattie che hanno colpito i militari impiegati in missioni all’estero, nei poligoni di tiro e nei depositi di munizioni. Non solo: approfondirà anche tematiche legate ai vaccini e alle loro modalità di somministrazione, ai rischi connessi al gas radon e all’amianto con i quali i militari sono a contatto. 

Sono ancora tanti, troppi i dubbi e gli aspetti poco chiari intorno a questa drammatica vicenda, a partire da tesi scientifiche non coincidenti circa la causa delle patologie. Quel che è certo, invece, è che ci sono tanti ragazzi pugliesi che hanno servito la Patria e che sono stati dimenticati dalle istituzioni e snobbati dalle Autorità, le quali hanno lasciato cadere un velo di omertà su questa vergogna. Un tragico elenco, solamente parziale viste le poche famiglie che hanno denunciato”. Il metallo pesante è stato impiegato sempre, fin dal 1991, cioè dalla Guerra del Golfo della «Operation Desert Storm», in poi. In base alle stime di osservatoriomilitare.it sono oltre 3.600 i militari italiani che si sono ammalati dopo aver operato in missioni nei Balcani, in Iraq, e in Afghanistan e, di questi, 318 sono morti.

Ci aspettiamo la massima collaborazione, da parte di tutti. In caso contrario, segnaleremo eventuali omissionisia in sede istituzionale sia in pubblico. Vogliamo che questa commissione di inchiesta, l’ennesima che si occuperà di uranio impoverito, sia quella che renda definitivamente giustizia ai nostri militari morti, che si sono ammalati gravemente nonché alle loro famiglie. A questi cittadini italiani, che hanno servito il Paese, dobbiamo verità e vicinanza da parte delle Stato. Un dovere che spetta in primis alle nostre Forze Armate: proprio il rispetto verso la Patria che servono e difendono non può andare di pari passo con il trincerarsi ulteriormente dietro alle gerarchie.

Approfondimenti



C'è vita fuori dall'euro?


Intervista rilasciata al settimanale "La voce del Paese" del 10.07.15
Pericolo Grecia, le mie riflessioni

Il referendum che si è tenuto in Grecia il 5 luglio è stato un evento storico; il ritorno della democrazia in un'Europa, apparentemente fatta solo di diktat. Quante volte in Italia ci hanno detto “ce lo chiede l'Europa” per farci accettare la riforma Fornero, la riforma del lavoro, l'aumento dell'IVA, l'IMU e via discorrendo? Bene, il Governo Greco ha fatto quello che nessun governo Italiano aveva mai fatto, cioè ha chiesto ai cittadini se erano disposti ad accettare le richieste dei creditori.

La vittoria del “NO” (OXI in greco) è quella di un popolo che resiste ad una campagna di minacce e intimidazioni da parte dei media greci e dei leader dell'Unione europea. Questo risultato ha rafforzato il governo di Alexis Tsipras, il quale ha ricordato, in un discorso molto franco tenuto al Parlamento europeo, che l’austerità è un “esperimento che non ha avuto successo” e che la Grecia è stata il laboratorio di quell’esperimento. Tsipras si dice ancora disponibile a trattare sulle riforme in cambio di una ristrutturazione del debito del Paese sulla falsariga di ciò che è stato concesso alla Germania nel 1953 e ha presentato formale richiesta di assistenza finanziaria al fondo di salvataggio della zona euro, l'Esm (European stabilty mechanism), in cambio dell’attuazione di alcune misure sin dalla prossima settimana.

Se i leader dell’eurozona accetteranno la nuova proposta, la Grecia potrà continuare a rimanere nell’area euro, ma schiacciata da una moneta troppo forte non potrà crescere e non riuscirà a generare reddito per ripagare i propri debiti. La vittoria di Tsipras diventerà così la sconfitta dei greci. Invece, se non si troverà un accordo entro la settimana, i leader di tutti i paesi dell’Unione Europea si riuniranno domenica 12 luglio per decretare probabilmente l’uscita del paese dall’Euro, la cosiddetta “Grexit”, l'unica strada che permetterebbe agli ellenici, nel lungo termine, di riprendere le redini della propria economia ritornando alla propria sovranità e alla propria moneta. L'unica cosa che terrorizza i leader europei è che la Grecia dimostri che c'è vita fuori dall'Euro, e che questa vita può essere migliore di quella che abbiamo dentro l’Euro. Questa è la loro più grande paura, questo è ciò che li riempie di terrore. 


Aggiornamento del 13 Luglio 2015

Purtroppo questa mattina #‎Tsipras‬ ha accettato il ricatto dell'Eurogruppo, la ‪#‎Grecia‬ potrà continuare a rimanere nell’area dell’Euro, resterà schiacciata da una moneta troppo forte, e nonostante gli aiuti e l’alleggerimento del debito non potrà crescere e non riuscirà a generare reddito per ripagare i propri debiti residui. La vittoria del “NO” al referendum è stata inutile poiché Tsipras ha accettato la proposta successiva non certo migliore della prima, tradendo il mandato del popolo greco. Tra meno di un anno la Grecia tornerà in una situazione peggiore di quella attuale.
L’unica paura dei leader europei era che la Grecia potesse dimostrare all’Europa di stare meglio senza Euro. Paura che sono riusciti ad evitare convincendo il Governo Greco ad accettare il “salvataggio”.